Maria Teresa Rodriguez è nata a Rimini il 15 gennaio 1934. Figlia di una famiglia agiata, non allineata al fascismo, poi rovinata dalla guerra, dopo la distruzione della casa a Rimini sfolla a Verucchio, vivendo, assieme ai contadini che lavoravano il loro podere, in una casa che poi verrà occupata dai soldati tedeschi. Nel dopoguerra si è sposata con Domenico Albani, seguendolo a Sesto San Giovanni, Vasto e Riccione, dove si sono definitivamente trasferiti nel 1965. Casalinga e fervente cattolica, è stata sempre molto impegnata nel volontariato cattolico-sociale. Potete ascoltare la voce di Teresa, assieme al marito Domenico, nella pagina Estratti Audio, qui a fianco. Durata dell'estratto audio: 1'09 Teresa e Domenico, suo marito, raccontano di un episodio, avvenuto durante il passaggio del fronte a Croce di Montecolombo, lungo il crinale da Coriano a Gemmano, scenario di combattimenti violentissimi: un racconto che essi stessi hanno ascoltato ma di cui hanno poi visto con i propri occhi gli effetti, dello zio uscito dal rifugio inneggiando agli inglesi, di tutto lo spavento nel trovarsi ancora di fronte ai tedeschi, di quanto i segni della paura possano restare tutta una vita. Cosa accadde tra Coriano e Gemmano dal 4 al 15 settembre 1944? DAL SITO "GEMMANO 1944" |
Oreste Galli, detto Tino, nasce in una casa di Spontricciolo, quando era ancora comune di Rimini come il resto del territorio riccionese, il 10 gennaio 1922. Cresce da mezzadro, assieme a tutta la sua famiglia, nel podere della contessa Spina lungo la strada che va da Riccione a Coriano. Dopo il militare a Pordenone, Savona e in Francia, l'8 settembre 1943 riesce ad evitare la deportazione e a tornare a Riccione vivendo il passaggio del fronte proprio all'Alba, nella zona più duramente colpita. Nel dopoguerra torna mezzadro, poi lavora per quindici anni come operaio di fonderia, quindi in albergo e come manovale. Ora è pensionato. E bisnonno.
Potete ascoltare la voce di Tino, nella pagina Estratti Audio, qui a fianco. Durata dell'estratto audio: 2'58 Tino racconta delle bombe, di quando Riccione era ancora divisa in due, di come lui e la sua famiglia fossero dalla parte sbagliata, quella occupata dai tedeschi, all'Alba, nella zona del fondo del conte Mattioli, sotto il tiro dei mortai poco più a sud e delle navi al largo: il crollo del primo rifugio, il sangue dei feriti, le corse di chi si attaccava alla vita e le preghiere di chi cercava Dio, la spola avanti e indietro e i colpi ripetuti di un solo carro armato tedesco per lasciar credere di non essere l'unico, la fuga dei fratelli in moscone verso l'altro lato del porto in mano agli inglesi, i loro sospetti davanti alle richieste di far cessare i bombardamenti. Cosa accadde a Riccione al passaggio del fronte? DALLA SEZIONE "STORIA" DEL SITO LACITTAINVISIBILE.IT |
| Umberto - Braccati dai tedeschi |
Umberto Maretti è nato a Brescia il 17 febbraio 1921 da una famiglia borghese, proprietaria di un'azienda nel settore conciario. Dopo l'infanzia e l'adolescenza trascorse tra Brescia e le pianure modenesi, si trasferisce con la famiglia a Bologna, dove si iscrive all'università. Costretto ad arruolarsi come Volontario Universitario, frequenta la scuola allievi ufficiali di Moncalieri e trascorre il periodo bellico presso la caserma di Lodi, da cui fugge l'8 settembre 1943 per riparare a Riccione, presso la casa di villeggiatura della propria famiglia. Qui vive nascosto per mesi nel sottotetto di un villino, fino alla rocambolesca fuga verso le linee alleate via mare a bordo di un moscone. Nel dopoguerra, per rimuovere il dramma di quei giorni, ha scelto di non tornarvi più per moltissimi anni. Ora vive a San Lazzaro di Savena.
Potete ascoltare la voce di Umberto, nella pagina Estratti Audio, qui a fianco. Durata dell'estratto audio: 2'49 Umberto racconta dei mesi trascorsi a Riccione nel 1944, soldato allo sbando come il suo paese, cercando riparo dai tedeschi, dalla deportazione o peggio: il rifugio era un sottotetto, quello del villino dietro la casa di villeggiatura della sua famiglia; la difesa era una porta nascosta in un armadio a muro, dietro alle stoviglie da levare e rimettere per mezz'ora d'aria e di conforto ogni giorno; la compagnia era quella di altri due ufficiali, sempre stesi quanto lui per tutto il tempo, ed una bicicletta che si passavano tra loro e tra le cosce per sgranchirsi le gambe. Umberto ricorda un episodio, prima della liberazione: una spiata porta i tedeschi fino al piano inferiore, da un fessura gli occhi sul padre minacciato con una rivoltella affinché sveli il loro nascondiglio, poi un attimo improvviso di buio, i soldati che stanno per fare fuoco, l'impeto e l'istinto di uscire, gridare e consegnarsi, tenuto a freno dai compagni di sventura, appena in tempo perché la luce ritorni e li salvi tutti. Che cosa accadde ai soldati italiani deportati dai tedeschi? VIDEOINTERVISTE - DAL SITO SCHIAVIDIHITLER.IT |
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